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PROFEZIE E VISIONI


Una sezione speciale nel corpus delle leggende lauretane occupano le visioni attribuite ad alcuni Santi, che avrebbero profetizzato o visto il volo del sacello nazaretano.


La profezia di San Francesco d'Assisi

La più diffusa tra codeste leggende è, forse, quella relativa a San Francesco d'Assisi. Il primo documento che la riferisce risale al 1597, contenuto in una miscellanea della segreteria di Treia (f. 266) e in possesso un tempo del bibliofilo P. Clemente Benedettucci (1850-1949).

Il testo, redatto in latino, dice: 

“il piccolo convento di San Francesco di Sirolo, abitato prima del 1215 dai monaci benedettini ed abbandonato da essi, venne dato dal Comune al Serafico padre San Francesco, che lo ricevette per i suoi frati […]. Stando in esso mirò da lontano la valle e la selva e predisse la venuta, per ministero angelico della Sacrosanta Casa di Maria che in essa sarebbe stata collocata in un primo momento. E guardando la valle del convento disse: - O valle fortunata! - E corse a venerarla”.

La notizia, decisamente tardiva, è stata ritenuta storica da alcuni difensori del trasporto angelico della S. Casa. Lo stesso Faloci-Pulignani, per vigile e oculato, sembra in questo caso propenso a concederle un certo credito, quando scrive: “Purtroppo la testimonianza più antica che ricordi la profezia è della fine del secolo XVI; ma come non si può aver diritto di dire che non fu inventata allora, così non vi è nessuna difficoltà a ritenere che la leggenda fosse stata già nota nel secolo XIV”. 

Più probabilmente si tratta di una devota invenzione elaborata dai francescani, custodi dei luoghi santi e sempre affezionati al santuario di Loreto. Potè agire sulla formazione della leggenda anche la tradizione – per altro anch'essa “problematica”, come osserva lo Chevalier – relativa a un pellegrinaggio di San Francesco a Nazareth nel 1219-1220.

La leggenda ha sollecitato l'estro di qualche poeta – in verità più erudito e devoto che ispirato – e anche l'immaginazione di Cesare Maccari che l'ha figurata in uno dei quattro spicchi murati delle piccole arcate della cupola loretana (1890-1907).

Scrittori più recenti, come la Pigorini-Beri, il Ginobili, il Crocioni e il Rotelli, riferiscono a questa leggenda anche la formulazione di un singolare acrostico, costruito sulla parola Picenum, termine latino che indicava in antico le Marche. L'acrostico dice,


Portatur (viene portata)

Iuxta (presso)

Conerum (il Conero)

Edicolam (la casetta)

Nazarene (della nazaretana)

Virginis (Vergine)

Mariae (Maria)


La Pigorini-Beri fa un vago richiamo alla leggenda, quando annota che nei simboli dei tatuaggi figurano anche le stimmate di San Francesco e il crocefisso di Sirolo.

Nei tempi passati, in verità, esisteva un collegamento tra il santuario della S. Casa di Loreto e il santuario del Crocefisso di Sirolo, tanto che correva di bocca in distico, considerato assai antico: 

Chi va a Loreto e non va a Sirolo,

Vede Madre e non vede il Figliolo.

La leggenda iniziale così si dirama e cattura con i suoi vaporosi e amabili tentacoli altri elementi, sempre legati alla devozione ed alla immaginazione popolare.


La visione di San Nicola da Tolentino

Non dissimile dalla precedente è la soave leggenda riferita a San Nicola da Tolentino. Dice così.

La notte tra il 9 ed il 10 dicembre 1294, alle ore 3, fra Nicola stava in preghiera sul finestrone del suo convento, quando sorse, sopra il mare, in un viaggio aereo luminosissimo, la S. Casa di Nazareth portata dagli Angeli osannanti. Al suo fianco si trovava un fratello laico. Un grido esultante che ruppe il silenzio della notte uscì dal labbro di fra Nicola: 

“Gran tesoro vien per lo mare! Gran tesoro vien per lo mare!” il fratello osò richiamarlo all'ora del grande silenzio claustrale, ma il Santo gli rispose - “Poni il tuo piede sul mio... e vedrai!” -

Quegli acconsentì e scorse la visione commovendosi fino alle lacrime e cadendo in ginocchio. I frati, destatisi dal sonno, accorsero e, toccando le vesti di fra Nicola, anch'essi videro il mirabile volo. Poi si portarono in chiesa a ringraziare il Signore.

Le campane della valle del Chienti suonarono insieme un concerto di festa, senza essere toccate.

Il Rotelli, che rievoca la leggenda e poi la canta in agili versi, sottolinea: 


Sul petto crociate le braccia,

Di liete campane

La Torre... le Torri sorelle

Vibrano i dolci concenti.


Sembra che la leggenda si sia fissata in scritto nel secolo XVII. Ne fa ampio cenno il Martorelli nel 1733, ma egli fa intendere che si trattava di una rivelazione profetica più che di una visione dell'evento. Scrive:

“E' fama che a San Nicola da Tolentino rivelata fusse questa miracolosa traslazione qualche tempo avanti che avvenisse; per lo che egli, santamente impaziente d'adorare quelle sacre mura, mentre stanziava nel convento di Recanati ed in quello di Val Manente spesso verso il mare si portava o vi mandava i suoi sguardi accompagnati da caldi sospiri, ed a chi gli ne domandava la cagione soleva rispondere: - Di qua ha da venire un gran Tesoro! - In Recanati e i suoi contorni comunemente questo passa per un'antica verissima tradizione, il che posso io medesimo attestare per averlo inteso più volte e da più d'uno di quella città quando m'è occorso d'andarvi. Anche li PP. Agostiniani asseriscono conservarsi nell'ordine loro la memoria di questa profezia del Santo per via di tradizione indubitata”.

Il Martorelli riferisce anche un sonetto di Giovan Battista Cotta, accademico dell'Arcadia, che lo scrisse a Fermo quando vi furono portate due statue, una di Santa Monica e una di San Nicola. Il poeta, nella seconda quartina e nella prima terzina, scrive:


Nicola è seco che da lidi eòi,

nel prevedervi accinta al gran viaggio, 

in Val Manente, sotto l'orno e il faggio,

dicea: - deh, vieni a riposar fra noi! -

Ne udisti i prieghi; e il vostro tetto in volo fermò a Loreto...


Da questi accenni si desume che in un primo momento la leggenda parlava di profezia e poi di visione circa l'arrivo della S. Casa a Loreto.

Penso che avesse ragione il Martorelli nello scrivere che essa era antica. Ne è una riprova un dipinto eseguito nel secolo XVII dal marchigiano Giovanni Peruzzini (1613-1694) per la chiesa di San Salvatore in Lauro a Roma. Si tratta di una pala d'altare, raffigurante la Vergine col Bambino sopra la S. Casa portata a volo dagli Angeli e, in basso, il mare Adriatico, sul cui lido stanno una donna regalmente vestita, simbolo della Marca di Ancona, e, affianco, San Nicola da Tolentino, in piedi, con le braccia rivolte verso al Vergine in arrivo con la sua Casa.

Questa immagine non esplicita però se si tratti di profezia o di visione, mentre l'affresco eseguito dal Maccari in uno degli spicchi murati delle arcate della cupola loretana negli anni 1890-1907 chiaramente allude alla visione dell'arrivo della S. Casa, essendosi ormai affermata questa seconda versione della leggenda. Comunque sia, la leggenda fu ed è molto cara alle popolazioni delle Marche centro-meridionali. Ne sono una conferma questi coloriti versi del Ginobili, in dialetto maceratese: 


E' 'na notte, notte divina, 

la casa se partì de Schiavonìa.

Gola sur mare e vè 'n-verso l'Itaja...

San Nicola de Tulindì la vedde

e in estisi lluccava a tuttu fiatu:

- Gran trisoru che vè per lu mare!

Gran trisoru che vè per lu mare! - 

E chi li piedi su li sui mittìa,

vidìa golà la Casa de Maria.


L'estasi di Santa Palazia

Il Ginobili riferisce anche una leggenda, circoscritta in ambito locale, la quale dice che ad Ancona la prima persona ad accorgersi del passaggio della S. Casa, in volo sul mare verso Loreto, fu S. Palazia, una monaca della città. Caduta in estasi, la veggente esclamò: “ Vedo una casetta luminosa che attraversa il mare; è la casa di Maria! Pregate, sorelle!”.

Questa esile leggenda si ricollega all'altra che descrive lo stupore e la gioia della genti d'Italia per il grande dono della S. Casa. Scrive testualmente il Ginobili:

“Una fioritura eletta di delicate soavi legende fa aureola al santo avvenimento. Narra una che, mentre la S. Casa trasvolava l'Adriatico, i popoli della sponda italiana erano avvolti di arcana letizia di cui non si rendevano conto”.

E così rievocava con gustosi versi, in versi in vernacolo maceratese, l'una e l'altra leggenda:


“la vede ango' 'na santa monnechella

de là n-angona. Chiama le sorelle;

guardenno in celo, tutta viata dice:

Mettìmoce, sorelle, jo' gninocchiu;

vedo che passa in celo la casetta

de la Madonna nostra venedetta.

E in terra marchisciana 'n-guella notte

tutta la jende in core sua sindìa 

gran gudimendu, no de quisti mundu;

de ll'anema 'na gioia mai proàta:

era felicità de paradisu.....

Pini de maraèja, sbalurditi,

nisciù capìa se comme fosse questo.

Lu jornu dopo jira la noèlla

che a mmenzu de 'na macchia, llì d'atturno

s'era troàta na Casetta...... 


La leggenda popolare si stempera qui nel suo linguaggio proprio, quello dialettale, che coglie l'anima della gente stupita e devota nella contemplazione di un evento che si tinge di fiaba.


L'apostasia del vescovo Guido e dei nazaretani

Tra le leggende della prima fase della traslazione si può annoverare quella relativa all'apostasia del vescovo di Nazareth Guido, la quale però nulla possiede della freschezza inventiva di quelle riferite.

Il Quaresmio, celebre palestinologo, nella sua monumentale opera Elucidatio Terrae Sanctae, pubblicata nel 1639, riferisce di aver udito dalla popolazione di Nazareth una storia fosca.

Il vescovo di Nazareth, Guido, durante un'invasione dei musulmani, per paura di perdere la vita, avrebbe apostatato ed esortato i suoi fedeli a fare lo stesso. In seguito a questo grave fatto, Dio avrebbe permesso la traslazione della S. Casa della Madonna in una regione cristiana dell'Occidente.

La narrazione del Quaresmio fu dimostrata falsa dal Le Hardy e poi dallo Chevalier, il quale accusa lo scrittore secentesco di aver raccolto e diffuso una “storiella contaminata di atroce calunnia”. Anche il Baldi e ultimamente il Bagatti considerano giustamente la relazione destituita di ogni fondamento.

Il Rinieri, però, pur ritenendo leggendario il fatto, scagiona il Quaresmio dall'accusa di “calunniatore”, facendo osservare che egli riferisce semplicemente una tradizione, sottoponendola al giudizio del lettore.

Il Quaresmio annota soltanto che “i vecchi di Nazareth tramandarono queste notizie ai frati ora dimoranti nella desolata santa città, così come le avevano apprese dai loro antenati”.

Per quanto mi risulta, non è stato notato un riscontro di questa leggenda con la relazione del Teramano, redatta verso il 1472. Ivi, fra l'altro, si legge:

“Dopo che quel popolo [di Nazareth] abbandonò la fede di Cristo e accolse la fede di Maometto, allora gli angeli di Dio staccarono la predetta chiesa e la trasportarono nelle regioni della Schiavonia, presso un certo castello chiamato Fiume”.

Ora si possono dare due ipotesi: o lo scritto del Teramano, che precede di circa 170 anni quello del Quaresmio, può considerarsi la fonte della diceria del popolo nazareno, oppure, viceversa, quest'ultima può considerarsi la matrice del racconto del Teramano. Mi sembra più probabile la seconda possibilità.

Gli studiosi non danno una spiegazione plausibile a questo passo del Teramano, veramente oscuro. Se esso, però viene collegato con la diceria della gente di Nazareth, raccolta dal Quaresmio nel secolo XVII, trova una sua spiegazione in quella fonte orale che ha certamente una sua antichità.

Si stratta sempre, ovviamente, di una leggenda, perchè sappiamo che il vescovo Guido morì nel 1298 a Barletta, dove con l'autorizzazione della Santa sede aveva trasferito il titolo arcivescovile di Nazareth, dopo che era stato costretto con i latini ad abbandonare la città della Madonna, in seguito alla famosa occupazione dei musulmani del 1921.

La diceria, dunque rientra nel novero delle leggende, con le sue tinte fosche e inquietanti.

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