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Cammino Lauretano

IL TATUAGGIO LAURETANO









Un discorso a parte, per le caratteristiche del soggetto e per l'interesse degli studiosi, merita il costume del tatuaggio, praticato a Loreto fin verso gli anni trenta-quaranta del nostro secolo.

Si sa che il tatuaggio consiste nella iniezione di un liquido colorante, con punta acuminata, sotto la cute, al fine di lasciarvi un segno incancellabile. Sembra che la parola derivi da thatau, termine in uso nell'isola di Tahiti.


Il fenomeno

E' a tutti noto che il tatuaggio, pur avendo avuto a Loreto manifestazioni plurisecolari, intense e significative, è fenomeno universale e di antichissime origini.

Gli studiosi affermano che esso risalga addirittura alla preistoria e, comunque, segnalano esempi già presso gli ebrei. Nel Leviatico, 19,28, è contenuta questa proibizione: “Non vi farete incisioni sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio”.

Il costume era presente presso gli egiziani, i traci, i greci, i britanni, ecc. Si diffuse anche tra i cristiani fin da tempi remoti e poi tra i crociati. Nonostante la dissuasione del Corano, era praticato perfino dai mussulmani, specie in Tunisia, Algeria, Persia e Marocco.

Fuori dall'area mediterranea il tatuaggio si riscontra in modo particolare in Oceania. Lo Stoppani, attingendo dal Voyage pittoresque autour du monde del Dumont d'Urville, offre una vivace descrizione della rude pratica presso gli abitanti delle Isole Radak, Otdia, Saltikoff, della Nuova Zelanda, pronunciando in proposito un giudizio drasticamente negativo: “Si direbbe che quei cannibali - scrive - abbiano voluto spegnere, colla deformità del viso, quel raggio divino, che pur sempre traspare dal volto dell'uomo”.

D'altronde, ognun sa che oggi è stato ripreso l'uso di tatuarsi (negli Stati Uniti e non solo), specie presso alcuni raggruppamenti di giovani, con intenti diversi ma sempre discutibili.


Le origini del tatuaggio a Loreto

Gli studiosi convengono nel ritenere il tatuaggio loretano di carattere essenzialmente religioso. La Pigorini-Beri, in uno studio che resta fondamentale sull'argomento, affermava già nel 1889: “Il tatuaggio di Loreto ha un'origine esclusivamente mistica; non si può confondere coi tatuaggi che ci vengono dalle civiltà primitive: esso è quel che si potrebbe chiamare una istituzione. E anche quello amoroso, che appare a prima vista nelle numerose incisioni che si presentano, ha carattere speciale di un giuramento a Dio”.

Anche studi recenti condividono questa considerazione, sottolineando che il tatuaggio religioso in Italia trova un'area intensiva ed emblematica proprio a Loreto. 

Diverse, invece sono le ipotesi sull'origine del tatuaggio loretano. La Pigorini-Beri è dell'opinione che il tatuaggio sacro di Loreto debba la sua origine all'imitazione delle stimmate di S. Francesco d'Assisi, giacché esistono clichès con la figura di questo santo e clichès con soggetti della Passione di Gesù. Ed esiste una leggenda, secondo cui il Serafico di Assisi avrebbe predetto l'arrivo della S. Casa di Nazareth a Loreto, in un suo passaggio a Sirolo, dove si venera un antico crocifisso rappresentato talora nelle tavolette del tatuaggio loretano.

Sviluppando l'ipotesi, precisa che, se veramente le stimmate di S. Francesco sono la matrice del tatuaggio loretano, si potrebbe allora stabilire anche il tempo del loro inizio nel santuario, il quale coinciderebbe con il pontificato di Sisto V (1585-1590), marchigiano e francescano. 

Ma avanza anche l'ipotesi che i loretani, possessori della S. Casa di Nazareth, più degli altri si sarebbero recati in Oriente e che quindi si sarebbero fatti tatuare per sfuggire alle insidie dei mussulmani, come gli uomini, di cui parla il profeta Ezechiele, i quali venivano risparmiati dalla strage, grazie a un thau segnato sulla loro fronte (Ez. 9, 4-6).

Né l'una né l'altra delle ipotesi della Pigorini-Beri sembrano trovare sostegno in elementi documentali, anche esigui, e finiscono quindi per dissolversi nel vago. La seconda supposizione, tuttavia, introduce, per così dire, quella proposta di Corrain, Capitanio e Grimaldi.

Questi studiosi, infatti, dopo una lunga digressione sui simboli religiosi tatuati o impressi a fuoco nell'Oriente cristiano e, in special modo, in Terra Santa o lungo i relativi itinerari, sono del parere che gli stessi segni siano “una delle cause, se non la principale, del singolarissimo rigoglio del tatuaggio religioso a Loreto”.

Scrivono testualmente:

“Se non proprio l'imitazione dei simboli, non trascurabile, come vedremo, sembra importante il movente religioso dell'operazione, le cui motivazioni non possono differire da quelle degli antichi cristiani e dei vicini imitatori tuttora radicanti nel vicino Oriente. A questo il santuario di Loreto è costituzionalmente radicato”.

E dopo aver analizzato 54 figure incise su 50 tavolette lignee di una raccolta, fino allora inedita, conservata all'archivio storico della S. Casa, gli stessi autori hanno potuto rilevare una prevalente ricorrenza di motivi cristologici, con speciale interesse per i temi della Passione. E concludono così:

“Il tatuaggio religioso lauretano, nelle sue note dominanti, sembra non esaurire le sue spiegazioni in un contesto locale, ma richiamare anche nei moventi e nelle espressioni grafiche una corrente di pensiero religioso di eroiche comunità cristiane del vicino Oriente, approdati a queste terre con le simboliche e misteriose vestigia della casa di Nazareth”.

Essi hanno creduto, infatti, di poter ravvisare in qualche figura - come in tre colombe e in croci raggiate o variamente infisse in un globo - simboli richiamanti l'ambito dei giudeo-cristiani, espressi in graffiti e comunque in segni specifici, ampiamente analizzati dal Testa e dal Bagatti, studiosi dei santuari della Palestina.

Se l'ipotesi fosse realmente verificabile, si avrebbe un ulteriore allaccio tra la S. Casa di Loreto e il luogo dell'Incarnazione di Nazareth. Mi sembra però che né i simboli loretani presi in esame, né l'epoca della loro esecuzione – piuttosto tardiva – possano confortare in maniera inequivocabile la suggestiva ipotesi.

Più semplicemente, forse, il fenomeno del tatuaggio loretano si iscrive nell'ambito religioso e peregrinatorio dei paesi cattolici europei, più specificamente dell'Italia, con particolare intensità nelle regioni centro-meridionali.


I temi e l'epoca

Gli stessi temi della raccolta dell'archivio loretano e quelli pubblicati dalla Pigorini-Beri sembrano confermarlo.

Nella prima serie, infatti, si hanno soggetti devozionali cari in genere ai cattolici italiani: simboli della Passione con Cristo crocifisso o con semplice croce, simboli eucaristici con ostensori, Madonna di Loreto col Bambino in raffigurazioni popolari rozze ma espressive, Madonna Addolorata, Madonna del Carmine, Cuori di Gesù trapassati da frecce e Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe, S. Francesco stimmatizzato, S. Chiara, Anime del Purgatorio, ecc.

Non diversi sono i simboli pubblicati dalla Pigorini-Beri, la quale riuscì a venire in possesso di un centinaio di antichissimi clichès in legno, che erano stati sequestrati a un becchino dall'autorità governativa del Regno d'Italia.

Rispetto alla precedente serie dell'archivio loretano, questa contiene in più le figure della Madonna degli angeli, della Madonna del Buon Consiglio, del Crocifisso di Sirolo, di S. Emidio e di S. Filomena.

Senza voler togliere ad alcuni simboli cristologici una particolare pregnanza biblico-teologica, anche di remota per quanto incerta origine, che può trovare vaghi riscontri perfino in segni giudeo-cristiani, l'impressione che si riporta dall'analisi delle due serie è che si tratti di soggetti riferibili per lo più alla temperie devozionale post-tridentina, alimentata dalla predicazione soprattutto dei francescani e dei gesuiti.

Non sono al corrente di documenti scritti che indichino l'epoca delle tavolette lignee recanti i suddetti simboli, per cui non è facile poter individuare i tempi della loro esecuzione. Dai segni esterni, però, si può dedurre che almeno alcuni, forse i più ancichi, possano risalire al pontificato di Sisto V. Lo suggerisce la figura della Madonna degli angeli che reca parte dello stemma di questo pontefice, espresso in una pianta di pero, come aveva avvertito la Pigorini-Beri.

Sembrerebbe poi che, nelle figure della Madonna di Loreto, le corone della Vergine e del Bambino alludano più al triregno, donato dai recanatesi nel 1498, che non ai diademi del re di Francia Luigi XIII, i quali nel 1643 sostituirono il triregno. Ne deriverebbe quindi che almeno alcune di quelle tavolette risalirebbero a prima del 1643.

La Piccinini, nel descrivere i simboli  di 12 “pezzi” della raccolta dell'archivio loretano, li assegna tutti alla fine del sec. XVI, senza precisarne però la fonte o la ragione.

Alcuni comunque possono veramente ascriversi a quell'epoca. E' da dire tuttavia che se le più antiche tavolette a nostra disposizione ci riportano quasi con certezza all'epoca post-tridentina, è legittimo pensare che l'uso del tatuaggio fosse più antico, avendo avuto in quell'arco di tempo una fioritura tale da far supporre una lunga incubazione.

Il costume, come si è accennato, si è protratto fin verso gli anni trenta-quaranta del nostro secolo, toccando punte alte ancora alla fine dell'Ottocento.


Il procedimento

Esistono antiche descrizioni sul modo di effettuare il tatuaggio da parte degli “operatori” loretani. Due meritano menzione: quella dello Stoppani, più letteraria, e quella della Pigorini-Beri, più tecnica.

Lo Stoppani assistette di persona a un'operazione di tatuaggio nel settembre 1865, in una bottega di Loreto, dove aveva osservato dei “quadrelli di legno” ammucchiati su “luridi deschetti”. Era una fanciulla a farsi tatuare in quella circostanza. Ecco le sue parole:

“Quel turpe uomo cominciò a tingere di una vernice nera i tratti salienti dell'incisione, poi applicò la tavoletta su quel povero braccio, premendola in guisa che i tratti dell'incisione vi rimanessero stampati in nero; poi diede principio all'ignominiosa carneficina. Impugnato uno stiletto d'acciaio, con la mano quasi animata da un tremito convulso, cominciò a punzecchiare, a ferire a sangue la poverina, passando e ripassando sui tratti dell'incisione, fino a che tutto quel sudiciume venisse assorbito […] [La fanciulla] storceva la bocca, stralunava gli occhi, crescendo col crescendo dell'operazione; finchè, preso il moccichino fra i denti, lo mordeva fremendo, colle guance rosse cogli occhi gonfi.... ma il braccio immobile come quello di Muzio Scevola”.

 La descrizione dello Stoppani tende a creare un'emozione o, meglio, un'avversione cordiale al “turpe” rito. La Pigorini-Beri, invece, è più attenta alla tecnica del procedimento.

L'operatore, presa la tavoletta e  impregnatala di tintura, la premeva forte sulla pelle perchè vi rimanesse l'impronta. Quindi, con rapidità incredibile, ne segnava a fitti puntini i contorni, mediante una penna munita di tre punte acute d'acciaio, riunite in un manico con una legatura di grosso refe impeciato. Subito dopo tirava leggermente la pelle per ogni lato, fino alla fuoriuscita del sangue. A questo punto eseguiva la spalmatura sulla cute con un inchiostro turchino, che vi penetrava, fissandovisi definitivamente e imprimendovi l'esatto disegno inciso nella tavoletta. L'operazione era dolorosa ma, dopo 24 ore, in genere il dolore scompariva.

Il Solari offre ulteriori particolari sul procedimento  del tatuaggio, attingendo alla testimonianza diretta di chi esercitò quel mestiere fin verso il 1940.

Anzitutto si apprende che gli “operatori”erano abitualmente calzolai, i quali tenevano sul deschetto le necessarie attrezzature per l'occorrenza. Essi stringevano in mano le tavolette legate all'estremità con una cordicella e le agitavano come un grappolo, richiamando a gran voce i pellegrini.

Da altre fonti si viene a sapere che a Loreto il tatuaggio era esercitato da secoli da quattro-cinque famiglie che si tramandavano l'arte e gli strumenti.

Secondo il Solari l'intervento procedeva in questo modo: “l'operatore” anzitutto depilava con un rasoio il braccio da tatuare, poi bagnava lo stampino ligneo prescelto con una tintura composta di un impasto di nerofumo e da una modica quantità di anicione, allungato con aceto, e lo premeva forte sulla pelle, come un timbro. I più abili disegnavano a mano libera. A questo punto il rude chirurgo dava mano alla picchetta, quella che la Pigorini-beri chiama penna.

Poteva accadere che il paziente avvertisse qualche malore e, allora, “l'operatore” sospendeva il tatuaggio e rincorava il malcapitato, facendogli annusare l'aceto.

L'operazione durava circa mezz'ora e, sempre dolorosa, talvolta provocava gonfiore e infezione. Scrive il Solari che qualche “operatore” principiante, mancando di coraggio, non spingeva a fondo gli aghi e quindi non lasciava nella cute un segno indelebile. Aveva l'avvertenza allora di raccomandare all'avventore di non lavarsi prima di 48 ore, sperando che nel frattempo egli partisse da Loreto. Se ciò non avveniva e il paziente tornava a protestare, “l'operatore” si giustificava dicendo che si trattava di un inchiostro speciale, bisognoso di lungo tempo per far presa... Comunque, restituiva la tariffa, che fin verso il 1930 era di una lira per ogni intervento.


Valutazione e significato del tatuaggio

Sembrerebbe, a detta anche del Crocioni, che la Chiesa nei secoli passati “tollerasse” il tatuaggio, soprattutto perchè esso riproduceva simboli sacri.

Certo è però che quando Loreto passò dallo Stato Ponteficio al Regno d'Italia, nel 1861, le autorità civili si opposero a questa pratica, sottoposta a dura critica da alcune persone colte.

Lo Stoppani, ad esempio, nel 1865, definiva drasticamente il tatuaggio: “un'operazione crudele del pari che stupida”. E avvertiva che “le autorità locali avrebbero dovuto impedire quel turpe mercato, non foss'altro per ragioni di decenza”.

La proibizione non si fece attendere molto, perchè, nella seduta del consiglio comunale di Loreto del 25 novembre 1871, veniva approvata la seguente proposta dell'avvocato Augusto Ciccolini:

“Per un'aggiunta al Regolamento di Polizia Urbana, in ordine al turpe mestiere del tatuaggio, uso superstizioso di farsi imprimere, mediante puntare sulla cute, segni indelebili, mentre non sarà mai abbastanza stigmatizzato il degradante mestiere di coloro che esercitano tali punture, tuttavia è d'uopo tosto dichiarare per chi altrove l'ignorasse, che coloro i quali si fanno imprimere quei segni rappresentanti idee religiose non sono già gli abitanti di Loreto, ma bensì quegli idioti e devoti visitatori del Santuario della S. Casa, che vi affluiscono da ogni parte nelle diverse festività e ricorrenze dell'anno. Era poi ed è tuttora deplorevole che detto mestiere si eserciti sulle pubbliche vie o altrimenti alla vista del pubblico, cosa invero che ripugna all'odierna civiltà”.

Una delle conseguenze di questa presa di posizione fu probabilmente il sequestro di cento stampini di legno, effettuato, secondo la Pignorini-Beri, “fino dai primordi del nostro risorgimento, quando la sapienza civile dei governanti indagava e cercava con amore e con fede le abitudini, gli odi e gli amori dei popoli redenti per opporre ad ogni male rimedio”.

Osservava però che ancora nel 1889 “questa industria” continuava ad essere esercitata “alla macchia”. Si sa d'altronde che nella prima metà del nostro secolo, anche sulla testimonianza del Crocioni, il tatuaggio, per quanto proibito, veniva praticato clandestinamente, benchè soltanto su qualche pellegrino del meridione d'Italia o della montagna marchigiana.

E' da dire piuttosto che la valutazione sul tatuaggio da parte della Pigorini-Beri e del Crocioni, attenti indagatori delle tradizione marchigiane, pur con le ovvie riserve, resta essenzialmente rispettosa e si distacca molto dal giudizio più istintivamente e letterariamente negativo dello Stoppani. 

La Pigorini-Beri, tuttavia, appare alquanto generica nella spiegazione del significato del tatuaggio, con il vago richiamo a “l'eterna, costante, insaziabile sete che l'uomo ha dell'ideale”.

Il Crocioni, invece, si rivela più concreto perchè riconduce il fenomeno nella sfera della superstizione popolare e gli attribuisce un fine pratico, quali utilitaristico. Scrive che alcuni “campagnoli” si facevano tatuare “per evitare le punture di rettili velenosi, le insidie del malocchio e altri mali”.

Studi più recenti scorgono poi nel tatuaggio anche aspetti positivi, perchè indagano più pertinentemente sul suo intimo significato. Già in Lombroso nel 1896 asseriva che il tatuaggio è “un carattere più psicologico che anatomico”. E' quindi a livello psicologico e anche ideale che esso va considerato ed inteso.

Il  Tanoni parla di “usanza magico-religiosa che si può facilmente collocare in quell'insieme di credenze pratiche e rituali”, definite in senso lato “religione popolare”, sottolineando che si tratta  di “una forma di devozione2 che per almeno tre secoli “ha rappresentato uno dei momenti più espressivi e pregnanti del culto che le classi subalterne, in particolare i contadini, hanno tributato alla Madonna di Loreto”. Ed è ovvio che in questa pratica si infiltrassero germi di superstizione.

Tenendo presenti codeste componenti, si può aggiungere che per il pellegrino loretano, il tatuaggio poteva costituire come un “segno di appartenenza”. Poteva rivelare cioè un atto di affidamento speciale alla Vergine Lauretana, un mettersi sotto la Sua protezione con nuovo e singolare titolo, portandone un sigillo per tutta la vita.

Poteva essere anche il “segno” di un ex voto per grazia ricevuta o un segno inciso nel dolore per ottenere un aiuto straordinario. 

Infine il tatuaggio era sempre la testimonianza visibile ed indelebile di un pellegrinaggio realmente compiuto, una “memoria” delle stesso da esibire all'occorrenza ed ovunque per tutta la vita. 

Visto in questa luce, il tatuaggio loretano perde quei sinistri connotati che vi avevano scorto lo Stoppani ed altri benpensanti di ieri e di oggi, e diventa testimonianza di una fede semplice ed immediata, per quanto rudemente espressa. E si iscrive tra le devozioni più caratteristiche degli antichi pellegrini a Loreto. 


Collateralmente alle tradizioni sono fiorite le leggende alla S. Casa di Loreto. 

Esse, alla percussione rivelano il timbro genuino dell'immaginazione popolare che ricama fantasiosi “pizzi” sul tessuto storico della traslazione della S. Casa o si accende poeticamente su particolari e su oggetti ad essa connessi.

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